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Adriano Nardi

Miscellanea

Giulio Caso

Intervista sull'eruzione del Vesuvio del 1944

Il rabdomante

La leggenda delle 7 Nocera

Poesia fossile

La Quarta dimensione e la curiosità

Il Miracolo di Pompei

Il Miracolo di Pompei 2

Conosciamo noi stessi?

La velocità e la comprensione

Le due fontane

Le anfore di San Matteo

La promozione

Domenico Rea e le tufare di Nocera Inferiore

Isidoro Bonfà

Dissesto idrogeologico
Tratto da: Dominique Lapierre, "La città della gioia"

 

 

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  • Un ingegnere, un architetto e un geologo geotecnico vengono convocati per risolvere il seguente problema: "quanto fa 2 + 2".
    - L'ingegnere, dopo un breve calcolo: «Fa esattamente 4,00».
    - L'architetto, dopo un rapido grafico: «Idealmente fa 4».
    - Il geotecnico, dopo aver riempito di calcoli e disegni una montagna di carta: «Da 3 a 5 quanto vuole che le venga?».

  • L'ARCHITETTO è un uomo che possiede alcune nozioni su un gran numero di argomenti e che a poco a poco possiede sempre meno nozioni su un maggior numero di argomenti fino a quando non sa praticamente più niente a proposito di tutto.
    L'INGEGNERE è un uomo che ha molte nozioni su un numero limitato di argomenti e che a poco a poco possiede sempre più nozioni su un numero sempre minore di argomenti fino a quando sa praticamente tutto a proposito di niente.
    Ma per fortuna è stato inventato il GEOLOGO: colui il quale, non sapendo niente fin dall'inizio, non si deve preoccupare di avere alcuna nozione su qualcosa.

  • Se Maometto non va alla montagna allora la montagna andrà da Maometto. Ma se la montagna viene da te... corri! È una franaaaa !!

  • Lo strato A allo strato B:
    A) - Basta con questo stress, mi sono rotto!
    B) - Dai, non buttarti giù...    Lo sapevo: sei una frana!

  • Lo strato B allo strato C, dopo il terremoto:
    B) - Ti ha dato fastidio tutto questo scuotimento?
    C) - Figurati, non mi fa una piega... è la mia faglia che ha rigettato!

  • Lo strato 2 allo strato 1:
    2) - Perchè hai quella depressione?
    1) - Sigh! Ho assistito al seppellimento dello strato eteropico 1/a... sai, eravamo cresciuti insieme...

  • Il ciottolo al Gran Sasso:
    «...Vorresti farmi credere di essere arrivato così in alto senza una "spintarella" ?! »

  • Due laghetti glaciali:
    «Certo che giù a valle è tutta un'altra vita: pensa che si prendono un sacco di canali...»

  • Nel deserto, una duna dice a un'altra duna:
    «Speriamo che passi qualche duno! »

  • Cosa fanno dei pannolini che galleggiano sull'oceano?
    > La deriva dei... continenti!

  • Che differenza c'è tra un setaccio di sedimentologia e un testimone di Geova?
    > Il setaccio trattiene il trattenuto, il testimone trattiene il passante.

  • L'evoluzione di un orogeno si divide in tre tempi:
    1) Primogeno
    2) Orogeno
    3) Dopogeno

  • Come si chiama il più famoso vulcanologo giapponese?
    > Serifuma Medò

  • E il paleontologo che scoprì il più antico e raro fossile cinese?
    > Cin Cian Pai

  • E quell'eroico congolese che rilevò la carta geologica di tutta l'Africa centrale?
    > Mango Mestango

Adriano Nardi

GEOLOGIA 2000 www.anisn.it/geologia2000

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Intervista sull'eruzione del Vesuvio del 1944

La mattina del 22 Marzo 1944 quasi tutto l'Agro Nocerino si ritrovò coperto di lapilli. I primi ad accorgersene furono i contadini. Ecco la drammatica testimonianza di uno di loro.

D. Come vi accorgeste dell'eruzione?
R. Ero piccolo allora… . Avevo si e no dodici anni. Ricordo, comunque, che fu mio padre a svegliarci. A sua volta era stato svegliato dal nostro cane, che guaiva senza sosta dal suo canile.

D. Il cane?
R. Si guaiva, si lamentava a lungo, come se lo stessero scorticando vivo. A lui rispondevano altri cani, da lontano, con lo stesso lamento lungo nel buio.

D. E poi?
R. Poi mia madre aprì la porta: pareva ancora notte fuori. L'aria però aveva uno strano colore, ed anche un odore penetrante e sgradevole, di lisciva, che le donne usavano, allora, per il bucato. Sembrava notte, ma c'era una nuvola immensa di un viola bruciato, dalla quale traspariva, a tratti, una luce lattiginosa, lunare, a fiotti, qua e là per il cielo. Solo verso le dieci del mattino calò la "notte".

D. Che successe allora?
R. - "Madonna di Pompei, aiutaci"- disse mia madre con voce strozzata e con gli occhi sbarrati mormorò verso mio padre : "piovono pietre".
S. Mio padre le si avvicinò e aprì il palmo della mano: "lapillo caldo e cenere. Vedi quanto ne è caduto… . E' il Vesuvio" , disse tentando di calmarla. Poi rivolto a noi: "mettete qualcosa sulla testa per ripararvi e uscite. Ce n'è tanta di questa roba sul tetto che da un momento all'altro potrebbe crollare".

D. Che avete fatto allora?
R. Ci dirigemmo in giardino. La coltre nerastra scricchiolava sotto i piedi, già alta per terra, e frusciava tra le cime degli aranci, quell'anno abbondanti; i frutti sembravano occhi di gatto nel buio delle foglie, divenute più nere del cielo di notte.

D. Aveste paura?
R. Non ricordo di aver avuto paura dapprincipio. Anzi, mi ero messo sul capo un cassetto capovolto del comodino e il lapillo, cadendo, ticchettava sul legno invitando alla danza; anche i miei fratelli, più piccoli, smisero di frignare e dondolavano le teste, rese pesanti dai cuscini legati con lo spago, per gioco.

D. E vostro padre?
R. Mio padre era salito sul tetto e con una vanga raccoglieva e buttava giù montagne di lapillo.

D. Cadde la casa?
R. La nostra no, fummo fortunati.

D. Solo vostro padre si era accorto di quello che stava succedendo?
R. I cani… . I cani avevano svegliato tutti nelle campagne. Poco più tardi però, verso le sei del mattino, girò per le strade il banditore: " Attenzion , pigliateve l'acqua pecchè s'è schiattata 'a condotta, verite che chiovene prete. Salite 'ncoppe e sarvateve 'e case".
S. Ma già tutti erano sui tetti a liberarli dal lapillo; tutti lavoravano in silenzio… solo di tanto in tanto, qualche richiamo.

D. Tutti lavoravano in silenzio?
R. No… non proprio in silenzio… . Le donne aiutavano i loro uomini e dicevano il rosario, con voce monotona, alcune piangevano. Tutto ciò per ore ed ore, al freddo e senza mangiare.

Il rabdomante

Per la ricerca delle risorse idriche, ancora oggi, in alcune località, vi è la consuetudine di servirsi di individui detti rabdomanti. Questi per mezzo di una bacchetta di legno indicherebbero l'esistenza o meno di acqua nel sottosuolo.

Le facoltà del rabdomante (rabdos = bastone) non sono mai state verificate scientificamente, sfuggono, se esistono, ai controlli sperimentali. Infatti nell'ipotesi che il rabdomante fosse realmente in grado di avvertire la presenza di acqua nel sottosuolo, ne deriverebbe una specie di legame tra i suoi sensi ed il fluido in questione, una qualche radiazione o emanazione di onde. Tutti gli esperimenti in tal senso eseguiti finora concordano su un solo punto: esito negativo.

Eppure ci fu una eccezione che indusse a proseguire le ricerche con risultati sorprendenti. Si constatò, infatti, che le ipotizzate radiazioni non erano una facoltà dei soli rabdomanti, ma in misura diversa, di tutti gli esseri viventi.

Infine si arrivò alla scoperta dell'effetto Gurwitsch per cui ogni essere vivente emette delle radiazioni capaci di impressionare particolari lastre fotografiche. Gli studi continuano.

Ciò detto bisogna dire che, anche se il problema relativo alla fenomenologia e alle reali capacità di operare dei rabdomanti resta un fenomeno scientificamente inesistente, tempo fa, una nota ditta multinazionale, dovendo fare delle ricerche idriche, incaricò due geologi e …un rabdomante.

La leggenda delle 7 Nocera

Spesso sento dire da compaesani “ben informati”: «Nocera è stata sepolta sette volte». Il numero sette, legato a tradizioni o a simbologie, viene svelato quasi con soddisfazione, come a dire: «Adesso lo sai anche tu».

Così, col passa parola, negli anni, questa frase è divenuta un luogo comune, una leggenda che, come tutte le leggende, prevarica la verità.

In realtà, Nocera non è stata mai sepolta, nel senso letterale del termine; sul suo territorio si sono registrati successivi, molteplici, fenomeni alluvionali che, assieme alle ceneri, lapilli e pomici provenienti periodicamente dal Somma-Vesuvio, hanno fatto si che il piano campagna gradualmente s’innalzasse.

I Nocerini hanno potuto, così, di volta in volta, dopo il ripetersi dei fenomeni accennati, sopralevare case, monumenti e le stesse strade.

Ecco che si ritrovano successive massicciate stradali anche a pochi decimetri di profondità, case su vecchie case e monumenti su antichi monumenti.

Una situazione ben diversa, quindi, di quella di Pompei ed Ercolano, ma certamente più interessante per quanto riguarda l’evoluzione storico-urbanistica della nostra comunità.

Eppure, ancora oggi, anche dopo aver letto il mio articolo, incontro qualcuno che esordisce con - «... , perché, lei mi insegna, che Nocera è stata sepolta sette volte».

Poesia fossile

Per realizzare una poesia è necessario possedere una conoscenza della tradizione formale e letteraria. I poeti, guidati dalle proprie ispirazioni, potranno, così, creare espressioni nuove da inserire nel mondo della comunicazione.

Per dirla come R. W. Emerson: “Il linguaggio è poesia fossile; come il calcare consiste di infinite masse di conchiglie, così il linguaggio è fatto di immagini che hanno da tempo cessato di ricordarci la loro origine poetica”.

Ogni parola fu originata da un lampo di genio.

La Quarta dimensione e la curiosità

Immaginiamo un cubo in un universo “euclideo” a quattro dimensioni (chiedo venia, per un momento al mio professore di fisica Erman Gustavo allievo di Mario Ageno, a sua volta, allievo di Enrico Fermi); in quest’universo il cubo lo chiameremo ipercubo.

Applicando semplicemente il teorema di Pitagora si ottiene che la misura della diagonale dell’ipercubo è esattamente equivalente al doppio del lato dello stesso. Il procedimento lo si potrebbe estendere ad altre dimensioni. Solo che l’antica, riconosciuta da tutti noi valida, teoria della relatività, l’affidamento alla luce come riferimento naturale e non al pensiero come fonte di conoscenza aprioristica, la pur non dimostrata teoria delle supercorde, lo studio, ad altissimo livello, della matematica multidimensionale, fanno ritenere ciò una inutile e banale esercitazione, ma ... la curiosità dell’uomo non ha confini.

Anni fa, l’ing. Carlo Martinez Y Cabrera mi raccontò:

Il Miracolo di Pompei”:

Un suo parente, all'inizio del secolo scorso, era stato incaricato di scavare un pozzo, per la captazione dell’acqua, a Pompei.

Il contratto prevedeva un pagamento proporzionale alla profondità raggiunta.

Arrivato a pochi metri di profondità, questi, trovò subito l’acqua e, facendosi i conti, s’avvide che non avrebbe guadagnato alcunché. Allora cementò il tratto in falda e continuò a scavare. Gli andò male perché capitò in un banco argilloso o quantomeno “improduttivo” dal punto di vista dell’acquifero.

Rendendosi conto di non poter continuare, per non rimetterci ancora. Disse al committente che non c’era una falda sfruttabile e andò a scavare in un altro posto, ove “trovò” l’acqua.

Dopo qualche anno, la pressione dell’acqua nel primo foro ebbe la meglio sulla chiusura, evidentemente non adeguata, e, con forza rinvenne in superficie costituendo, appunto, il cosiddetto miracolo di Pompei.


Il Miracolo di Pompei 2

 

sistemi aerodinamici

aviere americano

Le due foto sotto si riferiscono, all'ultima eruzione del Vesuvio (Marzo 1944), aeroporto di Terzigno, dove furono distrutti 88 aerei americani che operavano su Cassino. A sinistra si vedono i sistemi aerodinamici inservibili e a destra un aviere americano cerca di recuperare la mitragliatrice di coda.

In verità il Prof. Giuseppe Imbò aveva (invano) avvertito gli americani del pericolo imminente, non fu creduto o quantomeno, non fu tenuto in considerazione (credo anche per l'aspetto, i geofisici, come i geologi di una volta, non erano famosi per il loro look); un capitano gli diede, invece, i due litri di alcool che egli aveva parimenti chiesto.
Pertanto, furono distrutti 88 bombardieri, ma l'alcool permise al Prof. Imbò di far funzionare il sismografo registrando preziosi dati sull'eruzione.

Si dice, e lo ripeteva lo stesso Prof. Imbò a lezione, che un alto ufficiale americano avesse, poi, chiesto:
«Ma chi era quello iettatore?».

«Il direttore dell'Osservatorio Vesuviano».
Si sentì rispondere.

Conosciamo noi stessi?

A questa domanda sembra ovvio rispondere subito di si. Invece pochi conoscono il loro vero volto in quanto quello che vediamo allo specchio è l’immagine riflessa del viso e quindi con i tratti somatici “scambiati”. Allora non potremo mai conoscere il nostro vero volto, così come lo vedono gli altri? Un modo c’è. Basta prendere due specchi, disporli ad angolo retto e specchiarsi; si avrà la sorpresa di vedere un volto diverso dal consueto, a cui non siamo abituati, eppure è quello il nostro vero aspetto, quello reale.

Molte acconciature, molte errate considerazioni che abbiamo di noi stessi, non sarebbero accettate o per lo meno sarebbero riviste osservandoci come veniamo realmente osservati dagli altri.

La velocità e la comprensione

Quando leggiamo un argomento complesso, possiamo diminuire la velocità di lettura per capire meglio. Quando siamo a cinema, a teatro, o davanti al televisore, dobbiamo adattarci alla velocità di comunicazione che viene imposta.

Alcune persone, magari senza accorgersene, parlano troppo svelti e spesso viene detto loro di ripetere quello che hanno appena detto.

L’arte del saper comunicare è, invece, anche questo: adattare i messaggi sonori al target di ascoltatori (più lenti con i bambini e con gli anziani), altrimenti la percezione non sarà accompagnata dalla comprensione e il senso del messaggio ne risulterà deformato.

Le due fontane

Nel 1935, il tradizionale passeggio per il Corso, a Nofi, comprendeva anche la parte Nord, oggi meno frequentata.

Ai confini, di questo tratto di strada, vi erano due fontane: una situata in via Garibaldi e l’altra in Via Nicotera che esiste ancora.

Ciascuna delle due fontane aveva il suo “curatore”.

A quella di via Nicotera si dedicava compare Girolamo che la curava, si rinfrescava, l’abbracciava perfino. Altrettanto faceva, per la fontana di via Garibaldi compare Pietro.

Una notte d’estate, verso le due, compare Girolamo uscì di casa e andò, come al solito, alla fontana di via Nicotera; vide compare Pietro che, nientedimeno, era intento a bere o quant’altro. Si sentì “tradito” a tal punto che lo aggredì con aspre parole, intimandogli di andare alla “sua” fontana che a questa già ci pensava lui stesso. Pietro dovette rispondere per le rime, insomma, successe il finimondo. Finì a botte, fra di loro, a tal punto che molti cittadini si svegliarono e corsero in strada per separarli.

La storia non dice se ognuno, poi, rispettò “la fontana dell’altro”.

Le anfore di San Matteo

Nel 1991 effettuai, assieme ad un collega, i saggi geognostici sull’area corrispondente a “Piazza del Corso” di Nofi, un paese del sud. Durante il sondaggio, in adiacenza alla Chiesa di S. Matteo, il carotiere, a circa – 15 metri, improvvisamente sprofondò.

Dopo l’estrazione, vennero fuori alcuni cocci di vasi in terracotta che furono raccolti da un negoziante, mentre noi eravamo impegnati nella difficile operazione di risistemazione delle aste . Fortunatamente la cavità in questione era alta poco più di un metro e si riuscì a proseguire nel banco cineritico

Subito dopo si rinvenne di nuovo il banco di tufo grigio, però in falda.

Si trattava, allora, di un cunicolo, a tale inusuale profondità, che serviva per il rifornimento d’acqua?

Non lo sapremo mai, perché i vari esperti che arrivarono successivamente sul posto, per alcuni ritrovamenti superficiali, non ritennero necessario soffermarsi sulle informazioni rese disponibili da noi geologi che avevamo effettuato le prime indagini sul sottosuolo.

Tempo dopo, trovandomi a passare da quelle parti, mi fermai a guardare un gruppo di loro che, perplessi, studiavano il segno circolare del foro lasciato dalla trivella, sperduti, chissà, in mille congetture archeologiche.

La promozione

«Pronto, dottore, c’è un grosso incarico promozionale per voi».

“Che significa, che devo ancora accontentarmi solo delle spese?”

«Certo, pensate all’immagine, appunto alla promozione...».

“Allora no, grazie! Mi sono stufato di stare in promozione, vorrei almeno andare in serie C ”.

Domenico Rea e le tufare di Nocera Inferiore

Nel periodo bellico, e specialmente nell’anno 1943, gran parte della popolazione di Nocera Inferiore trovò rifugio dai bombardamenti rifugiandosi nelle tufare. Vivere in questi oscuri antri non doveva essere affatto facile; così ne parla Domenico Rea nei suoi Racconti (Ed. Mondadori 1953).

... Anche noi ci incamminammo in fila indiana verso il fondo del Purgatorio (tufare n.d.r.). Chi veniva in senso inverso, doveva aspettare che passasse la nostra colonna e poi continuare. C’erano a grandi profondità alcune lanterne ad olio che scoprivano debolmente una sorta di paesaggio fatto di valli e colline, coperte letteralmente di gente. Dovevano essere un quarantamila persone (il numero è probabilmente esagerato perché rappresenta la totalità della popolazione di Nocera dell’epoca n.d.r.). Poi il Purgatorio camminava ancora, voltava, girava, si perdeva alla vista. Era come se Nofi (acronimo con cui Rea indicava Nocera n.r.d.) fosse capovolta e si ritrovasse in piccolo tutto il suo paesaggio di vicoli, abitanti, colli e valli.

... Noi trovammo posto sull’orlo del pozzo (pozzo di aerazione e di collegamento con i siti di estrazione del tufo; potrebbe essere proprio quello recentemente crollato n.r.d.), dove c’era anche il beneficio di una lanterna segnale. Si sguazzava nella sporcizia e l’aria sembrava una cosa spessa, sporca, che dava allo stomaco e intontiva. Le poche provviste s’infettarono di quel sapore immondo, che era anche cattivo odore. Mio padre, seduto sul ciglio non ce la faceva a respirare. ...Io e mio cognato.. ci accorgemmo della scomparsa di papà. ... fummo costretti a uscire... Vedemmo un piccolo aeroplano sbucare da dietro la verde collina di Chivoli con la leggerezza di un uccello. Subito dopo sganciò un paio di patacche nel tentativo di far fuori uno sperduto motociclista tedesco, e mise invece fuori servizio un altro paio di case . ... Verso sera ridiscendemmo nella tufara. La gente dormiva a branchi. Ogni branco era una famiglia. Solo i vecchi stavano svegli, magri, bianchi e sudati come candele.

Le tufare rappresentano dunque, secondo me, un pezzo importante della nostra storia; spero che un giorno venga riaperta la loro parte più sicura per ricerche di reperti storici e per organizzare escursioni turistiche nella Nocera Sotterranea.

Giulio Caso

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Dissesto idrogeologico
Tratto da: Dominique Lapierre, "La città della gioia"

... ... ...

Il padre di Bandona era un piccolo contadino che viveva nella regione di Kurseong, nell'estremo nord del Bengala, ai piedi dei primi contrafforti della catena himalayana. Coltivava un piccolo terreno a terrazze faticosamente conquistato sui fianchi della montagna. Quanto bastava per far vivere la moglie e i quattro figli.

Ma un giorno certi imprenditori giunti da Calcutta cominciarono a sfruttare il legno delle foreste. stabilendo una certa quota giornaliera di alberi da abbattere. Già anni prima, la regione era stata profondamente trasformata dallo sviluppo dei tea-gardens, le piantagioni di tè. Con l'arrivo dei forestieri le giungle boscose si restrinsero come pelle di zigrino. I contadini furono costretti ad andare a cercare sempre più lontano la legna necessaria per accendere il fuoco, oltre a nuove terre da coltivare. G1i incendi della boscaglia si moltiplicarono.

Poiché la vegetazione non aveva più il tempo di ricrescere prima delle cateratte del monsone, cominciò l'erosione del terreno. Privato dei suoi pascoli naturali, il bestiame divenne un elemento distruttivo. La rarefazione dei prodotti naturali costrinse le famiglie a sviluppare le colture per uso alimentare. La legna da ardere era sempre più rara. e si dovette utilizzare lo sterco degli animali per cuocere i cibi. il che privò la terra del migliore concime. Il rendimento calò vertiginosamente. mentre si accelerava la degradazione.

A causa del disboscamento, l'acqua non veniva più trattenuta. Le sorgenti si inaridirono, i serbatoi si vuotarono, le falde freatiche si prosciugarono.

Poiché la zona era soggetta alla più alta piovosità mondiale - fino a undici metri d'acqua all'anno in Assam - la terra arabile e l'humus furono sempre più trascinati verso le pianure a ogni monsone. lasciando ben presto la roccia a nudo.

In pochi anni tutta quanta la regione diventò un deserto. Ai suoi abitanti non rimaneva che partire. Partire per la città che li aveva rovinati!

Isidoro Bonfà

 

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