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SINDACATO NAZIONALE DEI GEOLOGI PROFESSIONISTI

aderente alla Confprofessioni
 
 
La riforma delle professioni
 

Le innovazioni legislative recentemente approvate dal Parlamento (L. 248/06 di conversione del decreto Bersani) e quelle ancora all’esame delle forze politiche riportano l’attenzione sulla questione della riforma delle professioni che da anni attende un accordo ampiamente condiviso.

Le forze politiche di destra e di sinistra sono portatrici di proposte ideologicamente opposte. La destra è tendenzialmente per il mantenimento dell’attuale sistema e aderisce alle istanze di riordino dei ruoli privatistici e pubblicistici dei soggetti in campo riconoscendo come interlocutori gli Ordini, i Sindacati dei liberi professionisti e le Associazioni delle professioni non regolamentate. La sinistra, invece, spinge verso l’abolizione degli Ordini, le tariffe e le esclusive professionali chiamando tutto ciò “liberalizzazione” nella quale si nasconde, però, l’obbiettivo rivoluzionario di cancellare la figura del libero professionista quale interprete-mediatore fra gli interessi del singolo e quelli della collettività per sostituirlo con quella di un soggetto esclusivamente economico.

In questo breve scorcio di legislatura il Governo (di sinistra) ha già posto una pesante pietra miliare che anticipa, di fatto, la preannunciata riforma nella direzione assai fortemente voluta dalle OO.SS. e dalla Confindustria. La procedura adottata (prima la decretazione d’urgenza poi il ricorso al voto di fiducia) la dice lunga sulle intenzioni del Governo e delle parti politiche e sociali che lo sostengono.

L’atteggiamento arrogante manifestato a più riprese da importanti esponenti della compagine governativa, il costante rifiuto al confronto con le rappresentanze istituzionali delle Professioni (gli Ordini) e dei Liberi Professionisti (i Sindacati) lasciano chiaramente intendere che i successivi passi seguiranno la stessa strada con buona pace della tanto conclamata democrazia.

I liberi professionisti hanno già espresso la loro opposizione e sono ancora decisi a dare battaglia con la proclamazione dello stato di agitazione con la diserzione dalle Commissioni tecniche e con pubbliche manifestazioni di piazza. Si è ormai nell’idea che convegni, tavole rotonde, simposi sono state soltanto opportunità inutilmente offerte a personaggi in cerca di protagonismo ma che niente di concreto hanno apportato alla questione.

I tanti progetti di riforma presentati e giacenti in Parlamento portano la firma di personalità che poco o nulla anno che vedere con le professioni. Nel più recente passato la Commissione Vietti aveva redatto un documento abbastanza condivisibile nelle sue linee generali ma è abortito per fine legislatura e, come si usa nella politica italiana, esponenti della nuova maggioranza parlamentare si sono dedicati ad altre proposte di legge, questa volta, però, senza la preventiva, e più volte sollecitata, consultazione dei veri destinatari della riforma.

Tuttavia, se la riforma del sistema professionale non decolla nel senso che tutti auspicano (sempre, però, pervicacemente radicati nei propri recinti ideologici), dalle forze politiche alle istituzioni ordinistiche e alle organizzazioni professionali passando anche per le posizioni delle OO.SS. e della Confindustria (anch’esse molto attive), occorre un’opportuna pausa di riflessione e anche una severa autocritica.

Se è vero, come è vero, che le forze politiche sono profondamente divise è altrettanto vero che anche nel campo delle professioni si verificano laceranti divisioni. In concreto nessuno, nel mondo politico e negli Ordini, tiene nella dovuta considerazione l’effettiva realtà del ruolo delle professioni e dei liberi professionisti nella società civile.

I punti cardinali sui quali si orienta la riforma sono riconducibili, sostanzialmente, nell’accesso al lavoro dei giovani, nella liberalizzazione del mercato (sollecitata anche dall’UE), nel codice deontolologico.

Per quanto concerne il primo punto: parte delle forze politiche di sinistra puntano all’abolizione dell’Esame di Stato e alla convalida del titolo di studio come titolo abilitante. La questione non si risolve, però, soltanto nel progetto di riforma delle professioni se prima non si interviene nel sistema scolastico ed accademico che così com’è strutturato non permette ai giovani una sia pur minimale formazione da consentire l’immediato inserimento nel mondo del lavoro professionale che, se esercitato in forma libera e autonoma, richiede pesanti assunzioni di responsabilità.

La liberalizzazione del mercato, altro punto controverso nello schieramento politico, e fortemente osteggiato dalle componenti professionali, si è aperta con l’abolizione delle tariffe. Le norme introdotte dalla L.248/06 (già decreto 223/06) non comprendono elementi riformistici ma tendono nel breve medio periodo a comprimere lo sviluppo del mondo professionale nel senso che si apre una fase discendente del valore delle prestazioni professionali a scapito della loro qualità, non agevolano l’accesso delle nuove generazioni né facilitano la loro formazione in una prospettiva di immediata recessione che colpirà almeno le professioni tecniche la cui committenza è prevalentemente l’Ente pubblico o l’imprenditoria privata che opera per l’Ente pubblico. Ciò è la naturale conseguenza dell’abolizione delle tariffe che pure sono, almeno per queste professioni, l’unico criterio di riferimento certo, sia per il professionista sia per il committente, di valutazione del valore economico della prestazione e di controllo della concorrenza essendo qualificante solo il curriculum certificato del professionista. La norma introdotta snatura l’identità del professionista, ne limita l’autonomia intellettuale e lo reifica a forza lavoro per divenire strumento passivo per la produzione in mano al capitale.

Il terzo punto è quello che riguarda il codice deontologico dei professionisti. Serve, prioritariamente, ricondurre i vocaboli “professione” e “professionista” alla loro origine lessicale perché troppo spesso sono stati equivocamente assimilati. E’ bene chiarire che “professione” è l’attività intellettuale (o manuale) e “professionista” è chi esercita l’attività.

Nell’attuale ordinamento legislativo gli Ordini sono enti di diritto pubblico non economico, istituiti quali organi di magistratura e sottoposti alla vigilanza dello Stato a garanzia della fede pubblica; sono ad iscrizione obbligatoria e li compongono tutti quelli che, in possesso dei requisiti richiesti dalla legge e previo il superamento di un esame abilitante svolgono una funzione intellettuale mediante il possesso e l’uso di un linguaggio tecnico specifico. Gli iscritti negli Albi possono esercitare ciascuno la propria attività professionale in vari modi: liberamente o con vincoli di dipendenza o anche come impresari. Da ciò deriva, però, essendo diverso lo status professionale degli iscritti sono conflittuali gli interessi nel campo etico, sociale ed economico tra le diverse componenti.

Lo Stato, per il tramite degli Ordini, impone che il professionista si adegui al dettato di un “codice deontologico” fissa le regole di comportamento, condanna gli abusi verso la collettività e sanziona la sleale concorrenza. Ma chi, in concreto, è chiamato al rispetto delle regole è solo il professionista libero mentre chi esercita la professione come dipendente, pubblico o privato, risponde dei suoi atti solo verso il proprio datore di lavoro L’obbligatorietà dell’iscrizione e il diverso status professionale degli iscritti sono le condizioni che impediscono agli Ordini la regolamentazione di un “codice”, univocamente applicabile a tutti i soggetti, con riferimento ai comportamenti tra colleghi, tra professionista e committente, tra professionista e datore di lavoro.

Questa situazione non interessa quegli Ordini che iscrivono solo liberi professionisti ma è negativamente rilevante negli altri casi e specialmente nelle categorie tecniche.

In questo scenario s’inserisce, poi, la pretesa degli Ordini di assumere anche il ruolo di organismo di “rappresentanza” degli iscritti mentre il diritto costituzionale attribuisce tale facoltà agli organismi volontari appositamente delegati.

E’ questa, in definitiva, l’anomalia che partorisce l’inevitabile opposizione delle Associazioni sindacali dei liberi professionisti che rivendicano a buon diritto una specifica azione di tutela dei loro diritti connessi al lavoro e ai problemi ad essi conseguenti. Problemi che sono assolutamente settoriali e per nulla omologabili a quelli dei Colleghi che svolgono la loro attività professionale sotto altre forme.

Ai fini di una corretta impostazione del progetto di riforma è perciò necessario che i Consigli Nazionali degli Ordini si aprano al dialogo con i Sindacati dei liberi  professionisti ai quali è riconosciuto dalle Autorità governative il ruolo di “parte sociale” e perciò unici veri rappresentanti delle istanze del mondo del lavoro.

Che l’attuale stato delle professioni non rispecchi lo spirito che ne regola gli ordinamenti è, purtroppo, una realtà, ma cercare di rivoluzionarle senza prima individuare un nuovo modello di organizzazione è un atto di colpevole miopia perché a pagare il conto sarà, alla fine, il cittadino singolo e la collettività nel suo insieme che rimarrebbero senza più assistenza garantita nei confronti della struttura statale quale che sia la sua forma.

 

Andrea Maniscalco
Presidente del SINGEOP

23.9.2006
 

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